Il rogo di Prato e noi

Posted on December 3rd, 2013, by

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Un filo neanche troppo invisibile lega il rogo di Prato a quello del Rana Plaza in Bangladesh (la più grande tragedia di tutti i tempi del mercato del lavoro nella quale solo qualche mese fa sono morte un migliaio di persone), il problema delle delocalizzazioni e la difficoltà di produrre da noi, il trasferimento di ricchezza dal capitale al lavoro e la riduzione e compressione di salari e tutele sul lavoro venduta da certi economisti come mirabolante esempio di progresso.
Il problema è arcinoto e più volte citato su questo blog. La globalizzazione mette in concorrenza l’esercito di riserva dei poverissimi che vivono sotto soglia di povertà (1,2 miliardi di persone con meno di 1,25 dollari al giorno secondo dati ONU e, appena sopra, 2,7 miliardi con meno di 2 dollari al giorno) mandando in crisi la produzione ad alti costi del lavoro da noi. Le soluzioni tampone di breve sono delocalizzare o, quando non lo si fa, importare la filiera degli schiavi sul nostro territorio come fatto a Prato.
I dati ci dicono che lentissimi processi di convergenza dal basso verso l’alto sono in atto. Il capitale vola dove il costo del lavoro è più basso e i paesi più poveri crescono ormai da qualche decennio a tassi superiori ai nostri. Nel giro di 70-100 anni in media se le cose continuano così recupererebbero il terreno perduto. Con processi dolorosissimi che emergono in superficie sono quando fatti come quelli di Prato e del Rana Plaza accadono. E a prezzo di diseguaglianze enormi che continueranno a crescere se non contrastate da opportune politiche redistributive.
La questione delle questioni dunque è come accelerare questo processo di convergenza e curarne le ferite dolorose che provoca. Esiste una risposta per ciascuno di noi.
I politici nostrani devono fare di tutto per migliorare la qualità del sistema paese riducendo il gap con i modelli nordeuropei in tema di qualità della rete, istruzione, efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, lotta a corruzione e sprechi. E nel frattempo, battere i pugni perché l’UE utilizzi politiche fiscali e monetarie più appropriate ad affrontare questo difficile momento come sta efficacemente avvenendo negli Stati Uniti, dove la banca centrale si è posta direttamente l’obiettivo di ridurre la disoccupazione stampando più moneta e mettendola direttamente nelle tasche dei cittadini e non in quella delle banche.
Gli imprenditori devono darsi da fare per identificare il genius loci del nostro paese e i suoi vantaggi competitivi in grado di resistere alla prova della delocalizzazione e della concorrenza a bassissimo costo del lavoro (qualità tecnologica, cultura, arte, territorio, turismo) costruendo beni e servizi “ad alto valore territoriale aggiunto” che li contengano.
Quanto a noi, come non ci stanchiamo di ripetere, dobbiamo imparare a votare con il portafoglio non solo per il bene di quei disperati morti a Prato a anche per il nostro. Il mercato siamo noi e dobbiamo renderci conto dell’enorme potere che abbiamo per premiare con le nostre scelte di consumo e risparmio le aziende all’avanguardia nella creazione di valore economico socialmente ed ambientalmente sostenibile. E sempre di più dobbiamo pretendere che le amministrazioni inizino a votare anch’esse col portafoglio. Superando la logica schematica e scolastica cui alcuni economisti tradizionali che rimasticano lezioni non approfondite vogliono inchiodarci ancorandosi in modo pedissequo all’alternativa protezionismo/libero scambio. C’è bisogno di una globalizzazione 2.0 molto più intelligente ed orientata al bene della persona dove le istituzioni internazionali (come l’UE con la Social Business Initiative) stimolino le amministrazioni nazionali e locali a costruire meccanismi di premialità fiscale per agevolare le aziende con filiere socialmente ed ambientalmente sostenibili punendo quelle più lontane da questa prospettiva. L’introduzione dei criteri minimi sociali ed ambientali nelle gare d’appalto in Italia rappresenta una prima importante mossa in tale direzione. “Protezionismo etico” ? Si certo (per il nostro bene e per quello dei cinesi morti a Prato e dell’esercito di riserva del miliardo di poveri) perché dobbiamo avere il coraggio di affermare che l’economia della globalizzazione non è lo sfondo deterministico e ineluttabile che produce tragedie a ripetizione sul quale si svolgono le nostre esistenze, ma un luogo da civilizzare premiando (con regole pubbliche e azione dal basso dei cittadini) tutto ciò che ci porta verso il vero progresso.

Post originariamente apparso su La Felicità Sostenibile, Blog Autore Repubblica.it


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