La “bolletta energetica” e la competitività delle imprese italiane

Posted on February 24th, 2014, by and

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La forte dinamica dei prezzi energetici registrata su scala mondiale nell’ultimo decennio ha posto al centro del dibattito di policy la relazione tra la spesa energetica delle imprese e la loro competitività. A livello internazionale ne è testimonianza il fatto che un capitolo dell’ultimo World Energy Outlook dell’Agenzia internazionale dell’energia è stato dedicato al tema “Energy and competitiveness”. In Europa la questione della competitività e dei costi energetici è al centro dell’agenda delle istituzioni comunitarie. In particolare, l’ampliamento dei differenziali di costo con gli Stati Uniti, conseguente alla forte riduzione dei prezzi energetici in questo paese per la maggiore disponibilità di idrocarburi non convenzionali, ha fatto sorgere un acceso dibattito sulle politiche energetiche e ambientali fin qui perseguite. In Italia, dove elevati sono nel confronto internazionale la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di energia e i prezzi pagati da imprese e consumatori, le considerazioni circa la competitività delle imprese si sommano alla preoccupazione che impianti produttivi ad alta intensità energetica possano essere delocalizzati.

Com’è noto, nel nostro paese, gli utenti industriali pagano per l’energia elettrica un prezzo unitario maggiorato rispetto ai competitori europei (i prezzi dell’energia elettrica sostenuti dalle imprese italiane sono mediamente superiori di circa un terzo rispetto a quelli sostenuti dai concorrenti europei). Tale differenza è stata valutata dai vari operatori del mercato e dai policy maker come una possibile fonte di svantaggio competitivo delle imprese italiane rispetto a quelle europee.

Il peso dell’energia sulle imprese italiane. Al fine di proporre un’analisi completa della problematica, abbiamo ricostruito a livello di impresa  – utilizzando una pluralità di fonti informative – la spesa energetica delle imprese manifatturiere italiane con 20 addetti e oltre per il periodo 2003-2011.

Secondo le nostre stime (Figura 1), il fabbisogno di energia delle imprese è soddisfatto prevalentemente da energia elettrica e gas che coprono all’incirca il 74 % del totale; i prodotti petroliferi rappresentano il 16,5 % degli approvvigionamenti, mentre i combustibili solidi e le rinnovabili il restante 9 %. Tra il 2003 e il 2011 non si registrano rilevanti mutazioni nel mix energetico delle imprese manifatturiere italiane, se non una progressiva riduzione della rilevanza dei prodotti petroliferi (passati dal 17,1 % del totale al 13,7) e un aumento dell’incidenza, comunque ancora esigua, delle fonti rinnovabili (poco meno dello 0,7 % nel 2011).

 

Figura 1– Il mix energetico delle imprese manifatturiere: 2003-2011

(milioni di tep)

Immagine1

Fonte: Elaborazioni su dati ENEA, Eurostat, Invind, Istat, MiSE, Terna.

La spesa complessiva per soddisfare il fabbisogno energetico delle imprese ammontava nel 2011 a oltre 20,3 miliardi di euro contro i 15,3 del 2003. Nel periodo compreso tra il 2003 e il 2008, la spesa per l’approvvigionamento energetico ha subito un sostanziale incremento (52%) mentre si è fortemente ridotta nel 2009 (-20% su base annua) rispecchiando il calo della domanda fisica di energia del settore industriale conseguente la grande recessione (Figura 2).

Il 68% della spesa energetica delle imprese italiane è rappresentato dall’acquisto di energia elettrica, il 18% dall’acquisto di gas naturale e la rimanente parte dai prodotti derivati dal petrolio, dai combustibili solidi e dalle fonti rinnovabili.

Figura 2 – La spesa energetica delle imprese manifatturiere: 2003-2011

(miliardi di euro)

 Immagine2

Fonte: Elaborazioni su dati ENEA, Eurostat, Invind, Istat, MiSE, Terna.

 

Nel 2011 la spesa media delle imprese ammontava a circa 740 mila euro, il 61% in più del 2003, un incremento largamente superiore a quello delle quantità medie consumate, passate da 924 a 940 tonnellate equivalenti di petrolio (+2%). La spesa è più elevata tra le aziende localizzate nel Nord, tra quelle di maggiori dimensioni e che operano nei settori della produzione di materiale da costruzione e ceramiche e in quelli della chimica e petrolchimica.

 

Costo dell’energia o costo del lavoro? Chi impatta di più? Nel periodo 2003-2011 l’incidenza dei costi energetici è risultata in costante crescita: rispetto al fatturato (IF) è aumentata dal 2,3 al 2,6%. Tale cifra, a prima vista, potrebbe essere ritenuta irrilevante. Tuttavia, se confrontiamo il costo energetico con il costo del lavoro possiamo notare come l’incidenza relativa (IL) sia cresciuta dal 27,1 al 30,8%, incidenza che si attesta quasi al 57% se si prende in considerazione esclusivamente il costo del lavoro relativo ai blue collar. Ovviamente, l’incidenza del costo energetico è eterogenea fra diversi settori (Tabella 1): imprese che lavorano nella produzione del vetro, ceramica e dei materiali da costruzione sono quelle caratterizzate da una maggiore incidenza dei costi energetici, inversamente le imprese del settore tessile o quelle che producono mezzi di trasporto sono caratterizzate da un’incidenza inferiore.

 

Tabella 1 – Incidenza della spesa energetica

(valori percentuali)

tavola

Fonte: Elaborazioni su dati ENEA, Eurostat, Invind, Istat, MiSE, Terna.

 

I costi dell’energia hanno pesato sulla capacità di esportare. Attraverso stime econometriche, abbiamo analizzato se le imprese caratterizzate con una maggiore incidenza del costo energetico siano caratterizzate da una peggiore performance aziendale. Il risultato delle analisi suggerisce che le imprese che sostengono costi più elevati per l’acquisto di energia hanno anche una minor crescita del fatturato. Diversi canali potrebbero spiegare questo risultato: noi esploriamo quello relativo alle esportazioni e riscontriamo che le imprese caratterizzate da una maggiore incidenza dei costi energetici hanno una minore probabilità di esportare e, per chi esporta, una propensione inferiore all’export. I nostri risultati suggeriscono inoltre che i costi energetici hanno un effetto depressivo sulla propensione all’export superiore al costo del lavoro (fattore usualmente considerato centrale nel determinare il deficit di competitività del paese).

Infine, attraverso una simulazione controfattuale, stimiamo quale sarebbe stato il costo energetico del sistema industriale italiano se questo avesse potuto accedere alle risorse energetiche utilizzando i prezzi dei maggiori competitors europei.  Lo scarto medio tra il costo effettivo e l’ipotetico costo “a prezzi francesi” è in media di 5,8 miliardi di euro. Tale differenza è per la maggior parte ascrivibile ai due fattori che caratterizzano la condizione francese: la tecnologia adottata per la generazione elettrica (impianti elettronucleari ampiamente ammortizzati) e la sostanziale prevalenza di prezzi amministrati largamente inferiori a quelli determinati sul mercato all’ingrosso. Il divario è inferiore, ma comunque significativo, anche nel caso dei prezzi prevalenti sul mercato spagnolo: nella media del periodo tale differenza supererebbe i 4,6 miliardi di euro. Minori le differenze se i costi fossero quelli pagati dalle imprese tedesche: 1,2 miliardi. Sulla base dei parametri stimati negli esercizi econometrici, quantifichiamo in oltre 11 miliardi l’anno (prezzi 2011) il fatturato perso dal sistema manifatturiero italiano a causa del maggiore prezzo dell’energia pagato rispetto ai concorrenti europei.

I risultati sopra descritti sottolineano come l’erosione della capacità delle nostre imprese di generare valore a causa degli accresciuti costi dell’energia, richieda un urgente intervento dei policy makers finalizzato a ridurre lo “spread energetico” tra l’Italia e il resto d’Europa.


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